What’s On || 21-27 gennaio || Appuntamento con Emma Dante, Claire Foy, Peppe Servillo, Renato Carpentieri e molto altro!

Eccoci alla scoperta di cosa ci riserva questa settimana in tema di appuntamenti con la cultura, in tutte le sue diverse declinazioni. Se, nel mondo reale, riaprono infatti alcuni musei, la ripartenza di teatri e cinema è ancora, purtroppo, lontana. Fortunatamente, mentre attendiamo che la salvifica piattaforma nazionale per la promozione dell’arte ITsART apra veramente i battenti (ce ne parla in questo articolo il nostro Marco Giavatto), alcuni teatri e canali televisivi continuano con la loro autonoma programmazione di spettacoli, opere e concerti. Alcuni di questi si inseriscono, specialmente nel fine settimana, nell’ambito delle celebrazioni per la Giornata della Memoria.

Teatro

Piazza degli Eroi, un testo che ha creato scandalo nella Vienna in cui è ambientato e mai portato in Italia prima, viene ora messo in scena per la regia di Roberto Andò dal Teatro di Napoli. La pièce, scritta da Thomas Bernhard, ci regala un’analisi feroce delle tendenze nazionaliste ed antisemite ancora presenti nel Dopoguerra e nella società contemporanea. La prima dello spettacolo sarà trasmessa da Rai 5 alle ore 21.15 di sabato 23 e vedrà come protagonisti Renato Carpentieri e Imma Villa.

Piazza degli eroi, Teatro di Napoli

Assolutamente da non perdere, specialmente per gli appassionati dello show The Crown, è lo spettacolo Lungs (in lingua inglese), con Claire Foy (che ha interpretato la Regina Elisabetta nelle prime due stagioni della serie Netflix) e Matt Smith (The Crown, Doctor Who). I due attori vestono i panni di una coppia che si ritrova ad affrontare i principali dilemmi della vita in uno spettacolo sicuramente emozionante, inserito nel ciclo di eventi In Camera: Playback dell’Old Vic di Londra e trasmesso alle 19.30 (Greenwich Mean Time) del 27-29 gennaio.

Copyright Helen Maybanks 2019

Per tutta la settimana e fino al 31 gennaio, Michael Conley è invece il protagonista di un musical particolare, The Fabulist Fox Sister, presentato da un altro teatro londinese, il Southwark Playhouse. Con un unico personaggio in scena, lo spettacolo vuole essere una sardonica rappresentazione di una seduta spiritica, che mette in luce come la nostra società faccia troppo affidamento su verità di fatto approssimative.

Ed è proprio alla ricerca della verità che la compagnia londinese Les Enfants Terribles ci promette di accompagnarci nella Londra vittoriana, con un’avventurosa performance immersiva (online) sulle orme di Sherlock Holmes. Una sorta di Cluedo in inglese, in cui sarà possibile interagire con i protagonisti della storia alla ricerca di indizi che aiutino a risolvere il caso.

Opera e concerti

Fortunato l’uom che prende / ogni cosa pel buon verso, / e tra i casi e le vicende / da ragion guidar si fa” cantano sul finale i protagonisti del Così Fan Tutte, e come dar loro torto? Per gli appassionati di una delle opere più famose di Mozart, è sicuramente da non perdere la versione proposta sabato 23 gennaio dal Teatro alla Scala di Milano con la regia di Micheal Hempe e la direzione d’orchestra di Giovanni Antonini, in diretta streaming alle ore 19 su RaiPlay, raicultura.it e sul sito del teatro.

Rai 5 continua invece la sua settimana ‘dantesca’ – e, no, non ci riferiamo al sommo poeta ma alla regista Emma Dante – con gli ultimi due appuntamenti in programma: giovedì 21 andranno in onda due opere registrate al Teatro Comunale di Bologna, La Voix Humaine e Cavalleria Rusticana, mentre venerdì 22 sarà la volta de La Cenerentola, nella versione già presentata al Teatro dell’Opera di Roma. Per chi non riuscisse a sintonizzarsi alle ore 10, tutti gli spettacoli restano disponibili su RaiPlay.

Emma Dante

The Metropolitan Opera di New York (al centro di una recente polemica per i mancati pagamenti agli artisti e accusato di star esternalizzando i concerti per ridurre i costi) divide la nostra settimana di incursioni virtuali nel mondo della cultura in due filoni: fino a domenica le sue dirette saranno dedicate alle grandi eroine dell’opera, con un’infornata di superclassici della lirica (La Traviata, Tosca, Manon, Die Walküre), in diretta dalle 19.30 (Eastern Time) e disponibili per le 23 ore successive sul sito del teatro. Da lunedì a mercoledì, sfileranno invece gli antieroi per eccellenza, in quest’ordine: Don Giovanni, Le Comte Ory e Faust.

Il Teatro la Fenice di Venezia propone infine due concerti di musica classica: il primo, diretto da Mario Brunello, sarà in diretta dal Teatro Malibran alle 17.30 di sabato 23 ed includerà brani di Mozart, Bach e Haydn; il secondo si terrà invece domenica 24 in occasione della Cerimonia Cittadina per il Giorno della Memoria. L’evento avrà inizio alle ore 11 per proseguire con le musiche di Giuseppe Verdi e Ilse Weber.

Danza

Rai 5 ci regala una domenica mattina (24 gennaio, alle ore 10) all’insegna di un caposaldo della danza classica, con Roberto Bolle e Misty Copeland impegnati nel Romeo e Giulietta del Teatro alla Scala di qualche stagione fa, con le coreografie di Kenneth MacMillan.

Restano invece solo due giorni per godersi Nutcracker Delights, disponibile fino al 23 gennaio sul canale YouTube dell’English National Ballet, una versione semplificata, ma d’effetto, del famoso Schiaccianoci.

Da vedere…

I Paladini di Chisciotte, un incontro promosso da Officine della Cultura giovedì 21 alle ore 18.30, vedrà la partecipazione dell’artista Mimmo Palladino, il musicista ed attore Peppe Servillo ed il fotografo Cesare Accetta, in streaming sulla pagina Facebook del Teatro Verdi di Monte San Savino.

Trieste Film Festival

Infine, dal 21 al 30 gennaio si sposta online (per quest’anno) il Trieste Film Festival, giunto alla sua trentaduesima edizione. Tra le proposte vi sono 29 lungometraggi, 19 documentari, 16 cortometraggi ed una ventina di eventi collaterali tutti dedicati al centro Europa e alle sue varie sfumature.

Silvia Bedessi

 

 

L’Argante #13 ITsArt: La sintesi di quel che resta dell’idea di cultura italiana

STIAMO ARRIVANDO” è la prima cosa che leggi sul sito in costruzione https://www.brand-news.it/wp-content/uploads/2021/01/itsart.jpg

“E chi vi ha chiamati?” è il naturale proseguire della conversazione per quanto mi riguarda. Ma io sono un abile polemista; quest’articolo perciò sarà dalla parte del torto soltanto nelle prime righe, poi proverà a portare tutta la documentazione necessaria per farsene un’idea personale e perché no…generale.

Un’emergenza culturale all’italiana

È appena passata la prima metà d’aprile (2020, pieno e totale lockdown) quando il nostro attuale Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo (già titolare del medesimo Dicastero nel governo Renzi-Gentiloni 2014-2018) Dario Franceschini (per gli amici Francey) intervistato su Rai3 dichiara: “In queste settimane di lockdown si è capita la potenzialità enorme del web per la diffusione dei contenuti culturali, c’è stato un esplodere di creatività, ed è proprio questa la base di partenza per sviluppare un progetto più strutturato“. Ora, l’esplodere di creatività era perlopiù un fastidioso rito di letture non richieste in cam da parte di qualsiasi entità sotto il segno della cultura, come se di colpo più che di bisogno culturale avessimo esigenza di alfabetizzarci (abile polemista, abile polemista). Sentivamo veramente il bisogno di qualcuno che ci leggesse un libro di 900 pagine tutte le sere, con immagini sgranate e audio d’oltre tomba? La mia personale risposta è no, ma siamo qui per un altro motivo. Dovremmo stupirci che “Francey” si sia accorto solo nell’Aprile del 2020 che oggi giorno anche per la cultura serva il web? Addirittura folgorato, come San Paolo sulla via di Damasco, ha preso contezza dell’enorme potenzialità che esso ha come arma di diffusione di contenuti culturali. Ora sento di dover cambiare il nome a “Francey” e chiamarlo “Ministr-Commodore64“. Si! Carissimo è arrivato il web e i prodotti (alti e bassi) culturali vengono diffusi anche e soprattutto lì; si chiama, secondo me, “globalizzazione” ma mi potrei anche sbagliare.

Un paragone che non regge

In ogni caso l’idea prende piede: lo si chiamerà fin da subito il “Netflix della cultura italiana” e ancora una volta ci si chiede se le parole siano importanti oppure no. Netflix conta circa 2800 titoli di cui 1600 film e 600 serie e in più 600 prodotti originali. Non che manchi il materiale perché solo andando a bussare negli archivi Rai (che ha rifiutato la partnership per perplessità legate all’aspetto economico) la quantità si raggiunge facilmente. Il problema è: chi sceglie cosa? Quale sarà il criterio per cui un titolo d’opera teatrale in una certa versione sarà preferito ad uno stesso titolo in versione diversa. Primo punto a sfavore del paragone con la piattaforma statunitense è che di ogni titolo troviamo un esemplare; sembra una cosa ovvia ma non lo è. Prendendo solo l’esempio del teatro (lasciando cioè fuori: Letteratura, Opera, Mostre e Visite Museali virtuali etc…) si ha a che fare con diversi cloni dello stesso testo e per quanto riguarda i nostri illustri portatori d’arte sul palcoscenico si innescherà una guerra patetica al “poteretto” su chi e perché deve avere la versione giusta sulla piattaforma. Ogni anno (sempre per esempio) Pirandello in Italia viene rappresentato tante (troppe) volte da chiunque, mentre abbiamo il dato sul flusso di spettatori fornito da SIAE o ISTAT (falsato da una miriade di fattori che ci sarebbe da scrivere una tesi al riguardo, uno a caso: tantissime le rappresentazioni, che sfuggono ai controlli qualsiasi essi siano, di compagnie sulla carta inesistenti ma che hanno spesso nell’ambito locale un seguito non indifferente). Non abbiamo nemmeno idea invece di quante siano le rappresentazioni, proprio per lo stesso motivo. Volendo escludere i lavori dei non professionisti, rimarrebbero sempre troppe copie della stessa opera da parte anche dei super titolati attori nazional popolari; allora la prima domanda è: ogni anno verrà cambiata la versione del “Berretto a Sonagli – Pirandello” o di “Casa di Bambola – Ibsen” o della “Dodicesima Notte – Shakespeare” per dare visibilità a tutti? Si… lallero. Vi prego signori non prendiamoci in giro, già ora esistono delle corsie preferenziali per arrivare al Ministro e al ministero (ex-politici divenuti drammaturghi che girano l’Italia con sale mezze vuote sono un esempio fortissimo del sistema teatrale malato italiano). Esistono poi vere e proprie confederazioni occulte formate da produttori e direzioni di teatri nazionali create ad hoc e chiuse a riccio con un solo scopo: delineare le stagioni teatrali di tutti (Teatri Nazionali e T.R.I.C) con le solite facce da copertina purché si sbiglietti (a volte, spesso, non si sbiglietta nemmeno così).

Le cifre dell’operazione e quello che sembra stonare

Stiamo ragionando sulla creazione di una piattaforma italiana che consenta di offrire a tutto il mondo la cultura italiana a pagamento, una sorta di Netflix della cultura, che può servire in questa fase di emergenza per offrire i contenuti culturali con un’altra modalità, ma sono convinto che l’offerta online continuerà anche dopo: per esempio, ci sarà chi vorrà seguire la prima della Scala in teatro e chi preferirà farlo, pagando, restando a casa“. Sempre dalle parole del Ministro nasce un’altra considerazione: è vero, siamo ancora in una fase di emergenza, ma quanto ci vuole ad aprire una piattaforma? Probabilmente nel momento in cui questo esperimento sarà pronto i teatri ricominceranno a produrre dal vivo per cui, come nella più consueta prassi italiana, ci si limiterà a parlare di flop, di intervento inutile e tardivo e poi, ma questa è una domanda che lascio a chi legge: perché dovrei seguire la prima della Scala, restando a casa (specie se ho comprato un visone € 3985.00 – seppur scontato al 50%! Prima era segnato € 7970.00, un vero affare!)? Quello che è dettato da un’emergenza che sia “Statale/Sanitaria” o “Mentale/Morale” è giustificabile, non per tutti tra l’altro, fino a quando sussiste l’emergenza, appunto, ma non lo è e non lo sarà mai quando si parla di spettacolo dal vivo in un momento di normalità. Inoltre il socio di Cassa depositi e prestiti (51% da cdp e al 49% da CHILI) – nella piattaforma che parte con 10 milioni di euro pubblici – ne sarà anche il primo ricco cliente. Il rischio di impresa è tutto a carico dei teatri, dei cantanti e delle compagnie. O dello Stato. Quindi non è un aiuto agli artisti come la narrazione ci invita a pensare ma come al solito ad un’azienda privata.

Il sistema culturale italiano di fronte ad una possibile idea innovativa

ITsArt (specie di acronimo di Italy is Art) ha un nome che ha già sollevato l’antico orgoglio italico poco incline all’Itanglese, (a dire il vero fa un po’ tristezza come quelle persone che ogni tre per due devono per forza infilarci dentro una parola inglese di cui non se ne capisce il senso) e ha un logo che pare una compagnia aerea, però ci assicurano essere una piattaforma con modalità di fruizione innovative per attrarre nuovi pubblici con contenuti disponibili in più lingue. Un ricco catalogo che attraversa città d’arte e borghi, teatri e musei anche grazie al repertorio delle più grandi istituzioni culturali del nostro Paese, e una forte attenzione ai nuovi talenti. Ma non è credibile: per chi conosce la gestione delle strutture dalla più piccola alla più grande, per ogni spettacolo, buono o cattivo che sia, ci vuole sicuramente il benestare del proprietario o della direzione di una struttura e poi ci vogliono soldi, soldi per pagare maestranze e attori e anche se vendi tutte le proprietà e decidi di finanziare il più spettacolare degli spettacoli spettacolosi, serve sempre qualcuno che conosce un amico, che è vicino all’assessore, che forse ha il numero del vicino di casa del sottosegretario del segretario, della moglie di chi in realtà legge le email per quanto riguarda le scelte di contenuti da mettere in piattaforma; se invece appartieni al mondo dei predestinati probabilmente sarà ITsArt stessa a venire da te. Sulla carta è un’idea meravigliosa che tende a portare la cultura nelle case di tutti, contenuti in zone d’Italia dove non c’è una struttura teatrale o culturale nemmeno in grado di sostenere un saggio di danza o di canto paesano. In pratica sarà però un altro piano da aggiungere alla torre d’avorio della cultura, dove per partito preso, è già stato tutto deciso.

Non ci aiuta nemmeno l’antica arte dello scopiazzare…

Visto che ci tocca copiare facciamolo almeno dai migliori. All’estero ci sono dei teatri che hanno la propria piattaforma e il proprio abbonamento, in Italia pagare per avere un abbonamento in ambito culturale è quasi sempre visto come una bestemmia, sembra mancante la predisposizione sia da parte delle organizzazioni che da parte dei consumatori/spettatori a creare un asse: produzione/apprezzamento(consumo) di singoli eventi anche e soprattutto telematici. Non va così in Inghilterra, come nel caso del Royal National Theatre di Londra che a 9,99 £ al mese (poco più delle nostre 11,00 €) offre dei contenuti internazionali di qualità eccelsa riconosciuti in tutto il mondo (ve ne abbiamo già parlato nelle nostre IGM NEWS). Si dirà che sono facilitati dall’uso della lingua comune a mezzo pianeta, ma mi piacerebbe capire perché almeno nel giro dei Teatri Nazionali italiani (Dieci) non sia mai venuto in mente a nessuno di creare un consorzio per mettere insieme le forze su una piattaforma digitale che preveda anche solo con l’aggiunta di sottotitoli alcuni delle nostre più belle (e faraoniche, talvolta) produzioni.

Partita male, ci auguriamo non finisca peggio

Tornando a ITsART sorprende che a vederla nascere non ci sia nemmeno l’ombra di un bando pubblico; perché poi sia stata scelta una piattaforma che sebbene più vecchia di Netflix non abbia mai nemmeno veramente conquistato quote importanti di mercato risultando essere in rosso da diversi bilanci, non è dato saperlo. Aspettando di vedere cosa sarà realmente non possiamo fare a meno che pensare che lo spettacolo ripreso in streaming non è un’esperienza che facciamo noi ma il punto di vista di operatori e registi televisivi che scelgono cosa farci vedere. Quello dal vivo è un momento da tutelare come un patrimonio essenziale della nostra esistenza; rari sono, anzi erano, i momenti in cui decidevamo di staccare dalla routine e su una poltroncina più o meno scomoda di una sala buia, ci connettevamo ad un mondo creato lì, in quel momento, apposta per noi. Somiglia ad un colpo di grazia e se la direzione era già segnata da un declino dell’arte attoriale e autoriale, ora in maniera definitiva pare che i sogni ricorrenti di un attore/trice cambieranno per sempre. Si sentirà dire, tra le tante, sempre più raramente: “ieri sera il pubblico era un po’ freddo, però a metà del primo atto l’abbiamo prima ripreso e poi ce lo siamo mangiato.” C’è, infatti, un’antica, bella e sana sfida fra chi sale sul palco e chi osserva; tenendo a casa il pubblico si vuole, a mio avviso, farlo scomparire. L’attore/trice così avrà completato la sua metamorfosi nella più mostruosa e oserei dire insignificante delle creature: parlerà da solo e crederà che un click sia un applauso. Chi lo ferma più? Altro che tenere la voce o presenza scenica… via il fiato e l’animale da palcoscenico, tutte cose fuori moda; sarà bravo/a per dichiarazione ufficiale di qualche oscuro algoritmo.

Marco Giavatto

What’s on || Gli appuntamenti culturali (digitali) dal 14 al 20 gennaio

Siamo tutti d’accordo. Seguire uno spettacolo teatrale dal divano di casa, o – peggio ancora – in pigiama arrotolati all’interno del nostro plaid di fiducia, non regge il confronto con quando potevamo partecipare al sacro rito dell’andare a teatro: uscire da lavoro, catapultarci a casa per farsi belli, vestirsi (più o meno) eleganti ed uscire di nuovo. Manca il senso di aspettativa che si prova quando finalmente le nostre dita si stringono intorno alla maniglia del portone di ingresso del teatro, per aprirla e lasciarci inondare dalla luce calda, familiare e accogliente del foyer. Manca la ricerca del posto a sedere, o – per gli habitués – il prosecco pre-spettacolo che ci permettiamo di sorseggiare lentamente, senza fretta, fino a cinque minuti prima dell’inizio, perché tanto sappiamo perfettamente dove si trova il palco 3 di secondo ordine e poi oggi c’è l’intervallo, per cui potremo trascorrere quindici minuti in adorazione del lampadario di cristallo che sovrasta la platea più tardi. Mancano le poltroncine di velluto, il chiacchiericcio confuso che lentamente si affievolisce man mano che si abbassano le luci, la sensazione di attesa collettiva mentre il sipario si apre. Soprattutto manca, diciamolo, un po’ di magia. Di sicuro ci siamo anche stancati di fare cose e partecipare ad eventi per interposto laptop (o tablet o, peggio ancora, cellulare). Tuttavia, siccome senza cultura non sappiamo stare, ecco alcuni spunti per recarci virtualmente a teatro nella prossima settimana. Vestiti eleganti, ovviamente, anche se dal nostro comodo divano.

Immagine originale realizzata da Clara Bianucci

Teatro

Domenica 17 gennaio alle 19 va in onda (su YouTube) dal Teatro Argentina la quinta ed ultima puntata di Metamorfosi Cabaret. In scena, tra gli altri, Sabina Guzzanti e Michele Riondino, diretti da Giorgio Barberio Corsetti, per condurci in un’immersione più o meno immaginaria nella capitale italiana, con suggestioni che originano dagli spazi reali di Roma fino a farci compiere un passo indietro nel geniale Amleto di Ettore Petrolini. Per chi volesse recuperare le puntate precedenti, prima di intraprendere quest’ultimo viaggio teatrale nella città “der Cupolone”, sono ancora disponibili sul canale YouTube del Teatro di Roma.

Per chi mastica l’inglese, invece, le opzioni sono più di una e tutte legate a nomi di rilievo del panorama teatrale e cinematografico mondiale. Dal 20 al 22 gennaio, Micheal Sheen (Good Omens, The Queen, Frost/Nixon) sarà il protagonista di Faith Healer, nella riproposizione di questa messa in scena registrata alcuni mesi fa e trasmessa adesso su Zoom nell’ambito del ciclo di spettacoli In Camera: Playback dell’Old Vic di Londra. Per assistervi (esclusivamente all’orario indicato, ovvero alle 19.30 Greenwich Mean Time) sarà necessario acquistare il biglietto (15£), disponibile qui.

Per chi fosse già abbonato o si volesse abbonare alla piattaforma online del National Theatre di Londra (National Theatre at Home), sono stati in questa settimana aggiunti due nuovi titoli da non perdere, disponibili per la visione in tutto il mondo. Il primo è Julie, una rivisitazione moderna di Miss Julie di August Strindberg, scritta da Polly Stenham. Lo spettacolo vede come protagonista la meravigliosa Vanessa Kirby (Pieces of a Woman, The Crown), nei panni di una giovane single intenta a dare una festa nella sua lussuosa casa londinese che si trasforma, tuttavia, in una vera e propria lotta per la sopravvivenza. Sempre sulla stessa piattaforma è presente da questa settimana Dick Whittington, uno spettacolo che rientra nel genere panto, per una serata all’insegna del divertimento, adatta anche ai più piccoli.

Immagine tratta dallo spettacolo Julie – Copyright: National Theatre

Spostandoci sul sito di un altro teatro londinese, Southwark Playhouse, il 15 gennaio alle ore 19.45 ed il 16 gennaio alle ore 15.15 e 19.45 (Greenwich Mean Time) sarà possibile assistere allo spettacolo Public Domain (biglietti a 15£), un musical oscuro e divertente che ci parla di internet e ci risucchia in un infernale vortice di parole pronunciate realmente da influencer, vlogger e utenti qualunque che imperversano sui principali social.

Opera e concerti

Per gli appassionati di musica, venerdì 15 gennaio alle ore 20 sarà possibile seguire la diretta streaming del concerto dell’Orchestra del Teatro alla Scala, diretta dal Maestro Carlo Boccadoro. Nel programma, un mix di brani di compositori che spaziano da Steve Reich a Philip Glass. La diretta sarà trasmessa sul sito del Teatro, oltre che sul canale YouTube e sulla pagina Facebook.

L’opera Linda di Chamounix di Gaetano Donizetti verrà invece proposta in streaming sul sito del Maggio Musicale Fiorentino venerdì 15 alle ore 20. L’orchestra del Maggio è diretta per l’occasione da Michele Gamba, mentre la regia è curata da Cesare Lievi. Sono sempre brani tratti da opere – tra cui Pagliacci, Turandot e La Bohème – quelli che saranno trasmessi dal Teatro Carlo Felice di Genova martedì 19 gennaio alle 21, con la direzione d’orchestra di Daniele Callegari.

Se invece i vostri gusti musicali vi fanno sognare di interpretare Fantine in Les Misérables o avete visto Rent più volte di quanto vogliate ammettere, vorrete di sicuro dare un’occhiata alla riproposizione di Roles We’ll Never Play. In questo concerto, registrato all’Apollo Theatre di Londra lo scorso dicembre, alcuni attori del West End cantano brani – che non hanno mai affrontato prima – tratti dai nostri musical preferiti. La diretta è prevista per il 15, 16 e 17 gennaio alle ore 19 (Greenwich Mean Time) ed il biglietto ha un prezzo di 15£.

Danza

Sabato 16 alle ore 20, le coreografie di Michele Merola ed il corpo di ballo del Teatro dell’Opera di Roma saranno protagonisti della diretta streaming di Danza alla Nuvola – Vivaldi Suite.

Prestate l’orecchio!

Frutto della collaborazione tra il Teatro della Pergola e il Théâtre de la Ville di Parigi, nei giorni 14-16 e 18-20 gennaio, dalle ore 17 alle ore 19, sono ancora disponibili dei posti (gratuiti) per le Consultazioni Musicali al Telefono. Sarà sufficiente prenotarsi qui per essere chiamati all’orario prefissato dall’artista che ci terrà compagnia per 20 minuti, anche se a separarci ci sarà il filo del telefono. Il 20 gennaio alle ore 18.40 un nuovo radiodramma prodotto dal Teatro Metastasio sarà invece in diretta su Radio Toscana Classica: I Ciechi di Maurice Maeterlinck per la regia di Massimiliano Civica.

Discussioni interattive sul teatro e la comunità teatrale – che è importante tenere in vita specialmente in periodo di lockdown – ci tengono compagnia martedì alle ore 18 (Greenwich Mean Time) sul profilo Instagram di Official London Theatre. Un’occasione per gli amanti di musical e del teatro inglese per spettegolare un po’ e per ritrovare la passione per quegli spettacoli che al momento sono lontani dai nostri occhi (ma mai dal nostro cuore, parola di una fan di Andrew Scott).

Da vedere…

MyFrenchFilmFestival, festival di corto- e lungometraggi giunto alla sua 11ª edizione, prenderà il via venerdì 15 gennaio: per un mese sarà possibile scoprire le opere di registi emergenti francesi sulla piattaforma del festival, oltre che su quelle di numerosissimi partner, inclusa l’app Apple TV.

Fino al 19 gennaio è inoltre accessibile sul sito di White Cube – una galleria di arte contemporanea con sede a Londra e Hong Kong – la mostra online Rear Window, ispirata al famosissimo film di Alfred Hitchcock e al tema del voyeurismo, nonché sinistramente carica di suggestioni non troppo lontane dai singolari tempi di reclusione ed isolamento forzato che stiamo vivendo.

Passando invece alla filosofia, le professoresse Federica Negri (IusVE) e Francesca R. Recchia Luciani (UniBA) parleranno di Simone Weil in occasione della presentazione del libro Filosofia della resistenza. Antigone, Elettra e Filottete. L’evento, dal titolo Con le Parole di Antigone, è organizzato nell’ambito del Festival delle Donne e dei Saperi di Genere. La diretta su YouTube – venerdì 15 alle 18.30 – prevede anche una performance in cui l’attrice Ilaria Cangialosi leggerà alcuni scritti weiliani.     

Mercoledì 20 alle ore 18.30, nell’ambito della serie Il Volto delle Parole, ci sarà infine la diretta streaming dell’omaggio a Dante con Alessandro Barbero e Corrado Augias sulla pagina Facebook, il canale YouTube ed il sito di CUBO – Convidivedere Cultura.

Silvia Bedessi

L’Argante #12 Il valore dell’errore: come il teatro insegna ai bambini a sbagliare

I bambini hanno una spinta innata ad esperire con estrema creatività ogni spazio di vita che vivono. Ognuno di loro nasce con una peculiarità, una diversità che li rende individui unici e irripetibili, padroni di punti di vista personali su ogni aspetto della realtà che li circonda. Sono naturalmente lontani dallo stereotipo ed hanno un mondo immaginifico immenso che purtroppo crescendo tende a reprimersi, ad omologarsi, a nascondersi dietro a modelli precostituiti per un bisogno di approvazione a cui la nostra società ci conforma. I bambini (al di sotto dei 36 mesi soprattutto) vivono la realtà circostante diventando ciò che vedono tutte le volte: diventano onda, nuvola, mare, cavallo, cane, tavolo. E lo fanno senza alcun tipo di limite o inibizione. Nella mia carriera da educatrice mi sono tanto divertita a scovare gli archetipi espressi nel loro corpo in movimento. Ho visto un bimbo di 18 mesi diventare un coccodrillo senza averlo mai visto. Ha sentito quel suono lungo ed evocativo ha allargato le braccia e le gambe, ha riempito le guance e ha detto “coccocco” (quanto di più lontano dal solito coccodrillo stereotipato che proponiamo noi adulti con le due braccia che battono sulle mani a simulare la grande bocca dell’alligatore). Il loro istinto alla “mimesi”, come la definirebbe Orazio Costa (tra i più grandi pedagogisti teatrali del secolo scorso), è una dotazione umana dalla nascita e dà la possibilità di esplorare la realtà in una completa compartecipazione. 

Gli anni della scuola e della crescita 

Il momento di passaggio e di crescita che avviene tra la scuola dell’infanzia e la primaria è un tempo delicatissimo in cui il bambino abbandona spesso la singolarità che necessariamente lo porterebbe ad un confronto, all’affrontare il mondo come individuo critico e con delle prospettive personali, per accorparsi a ciò che è universalmente riconosciuto come “normale”.  Impara a stare dietro i banchi per ore ed ore; impara a colorare dentro le righe; impara che non si fanno le smorfie, non si seguono gli istinti; impara che la casa si fa così e la montagna si fa cosà; impara che il coccodrillo ha una bocca che va rappresentata con due braccia tese che battono le mani, il cane sta a quattro zampe e fa bau, il gatto idem ma fa miao. E guai se qualcuno si discosta da questo. Sarebbe strano, sbagliato, allarmante. Sarebbe da mandare da qualche specialista alla ricerca di una diagnosi che possa ricollocarlo in un confine precostituito. Certo ci sono degli step da seguire per lo sviluppo cognitivo. Certo è dovere degli adulti indirizzarci allo sviluppo potenziale possibile. Eppure… quanto ci sarebbe piaciuto colorare ovunque volessimo, fare le case tonde, farci le smorfie per la strada. Ma abbiamo assimilato che non si può, non si fa. Molto semplicemente, se lo fai sbagli. 

Come tutelare la verità di ciascun bambino?

C’è un posto, però, in cui non solo sbagliando si impara, ma sbagliare è auspicabile perché insegna a trovare subito all’istante una soluzione. C’è un luogo magico in cui ci si può rotolare, si fanno le smorfie senza giudizio, si può urlare, danzare, si possono abbracciare gli sconosciuti… si può addirittura stare nudi. Lì si può essere tutto, trasformarsi, plasmarsi, farsi altro da sé rimanendo coerenti con se stessi. Lì ognuno porta la propria proposta, la propria visione, la propria verità. E non verrà mai messa in discussione perché diversa, anzi, sarà un contributo prezioso. Il teatro è l’unica zona franca in cui si può cogliere a piene mani il proprio istinto disciplinandolo senza sforzo e sublimandolo a servizio dell’arte. Un gioco divertente che insegna ad essere a disposizione degli altri sempre e a distribuire tutto quello che si ha, generosamente, avendo come matrice la propria scintilla creativa. 

Il teatro: un’ancora di salvezza  

Dal 2007 circa sono insegnante di teatro per bambini. Ne ho conosciuti con ogni temperamento. Quasi sempre i genitori li portavano ai miei corsi per aiutarli  negli eccessi del loro carattere: o troppo agitati o troppo impacciati. Visti dalla loro prospettiva i figli erano un po’ strani, sicuramente “diversi”. Ebbene, dopo qualche lezione di assestamento effettivamente tutti stavano magicamente meglio, soprattutto i genitori alleggeriti da un contesto che accoglieva i difetti dei loro piccoli trasformandoli in vantaggi. Ma il teatro non ha cambiato il carattere dei loro bambini, semplicemente ha fornito una condizione di sospensione del giudizio, ha dato spazio al mondo immaginifico smisurato che spesso facevano fatica a contenere. Lì è sempre possibile sbagliare e nessuno critica o cerca di cambiare l’altro; affrontare il palcoscenico con questa leggerezza permette di riscoprire un’ancora di salvezza, insegna a credere sempre nelle proprie idee, a mettersi in gioco, a fidarsi degli altri e, soprattutto, insegna a vivere la vita stessa con indulgenza e molto più coraggio.

Serena Politi

L’Argante #11 Ricomincio da tre

Ricomincio da tre.

Se il 2020 avesse un nome, senza dubbio sarebbe “M-a-s-s-i-m-i-l-i-a-n-o”. 

Per chi possiede un appellativo così lungo, immancabilmente sarà incline ad atteggiamenti poco disciplinati, per meglio dire “scostumati” e portatori di scompiglio. In questo modo, il genio di Massimo Troisi in Ricomincio da tre, sostiene la tesi secondo la quale un nome più corto eviterebbe più malefatte.

Il suddetto film, uscito in Italia nel 1981 scritto, diretto e interpretato da Troisi stesso, rimane ancora oggi uno dei grandi capolavori del cinema Italiano.

La vittoria di due David di Donatello e il riconoscimento per il migliori film e miglior attore, giustificano il perché un lavoro artistico di tale portata, rimanga fortemente contemporaneo ad ogni tempo.

Per il corrente e nuovo inizio d’anno dunque, un lungometraggio come questo, potrebbe esser adatto per fare un bilancio sul passato e sul futuro di ciascuno.

Il film racconta la storia di Gaetano, un ragazzo come tanti che, stanco della propria vita decide di lasciare Napoli, la sua terra d’origine, per trasferirsi a Firenze, in cerca di conoscenza e di avventura. 

Celebre il dialogo in cui Gaetano, comunica la notizia della partenza all’amico Lello: 

G: Chell ch’è stato è stato… basta, ricomincio da tre…

L: Da zero!…

G: Eh?…

L: Da zero: ricomincio da zero.

G: Nossignore, ricomincio da… cioè… tre cose me so’ riuscite dint’a vita, pecché aggia perdere pure chest? Aggia ricomincia’ da zero? Da tre!

Ad ognuno di noi, lascio la giusta interpretazione e personale metafora con quanto ultimamente vissuto. Tuttavia, in modo molto universale sarà probabile che, dopo un vissuto annuale del genere, vorremmo tutti ricominciare da qualche parte, salvando con noi le uniche esperienze che ci hanno fatto star bene. 

Ad ogni esordio, corrisponde un dubbio, una perplessità dell’ignoto verso il quale ci si va a scontrare. L’amico Lello, gli risponderà bene infatti: “Chi parte, sa da che cosa fugge ma non che cosa cerca” (frase peraltro di De Montaigne).

E noi, sapremmo ad ora che cosa cercare? 

Immergendoci nelle trasognate musiche di Pino Daniele che accompagnano le sequenze di Troisi, la storia di Gaetano si fa paladina delle vicende che più ci appartengono, tipiche di una morale del prendere o lasciare ma anche quella del vivere intensamente. Il ricordo di un passato, per guardare alle successive azioni da compiere e capire bene cosa si desidera davvero. Il tutto, espresso con uno stile inconfondibile insito di espressività ed emotività. Trovare cosa si cerca non è cosa facile, ma eventi tragici e quelli più degni di una sana nostalgia, sono indispensabili come orientamento per i nostri obiettivi. La pellicola dunque, ci coinvolge nell’immedesimazione di una ricerca e di una realizzazione.

Dopo un trascorso difficile subito nell’ultimo anno, il pensiero accompagnato dalla voglia di partire, di cambiare, di esplorare aldilà del proprio confine, ci avrà nella maggior parte dei casi, accumunato tutti. 

“Il comico dei sentimenti”, così come viene definito il prezioso Massimo, affronta la tematica del “viaggio”, presentandola con note leggere ma determinate e determinanti, per uno sviluppo significativo del messaggio assoluto: vivere. Mai come adesso questo termine è stato protagonista dei nostri giorni. Ammettendo riservatamente che i mesi passati li sentiamo come rubati dalla vita stessa, dalla concatenazione degli eventi spiacevoli di cui essa si fa portatrice, la vitalità dell’uomo, consiste nell’accettare ciò che non è programmabile e riprogrammare ciò che è possibile. Il personaggio di Gaetano dunque, incarna gli istinti di chiunque voglia cambiare la propria abitudine alla ricerca di nuovi orizzonti che rendano possibile identificarsi in un ambiente ed, in un nuovo contesto, più adatto alle proprie aspettative. 

L’idea del rinnovamento lega sé diversi concetti sia astratti che concreti e per quanto possa sembrare un argomento fin troppo ampio da trattare in poche sequenze o in poche battute, alla fine di esso, si giungerà comunque ad una precisa conclusione: quella dell’esperienza che ne viene fuori. 

Troisi, ci mostra senza filtri una realtà plausibile, comune e frequente nella vita di tutti i giorni. Talmente probabile che giunge dritta verso le nostre coscienze e le accende di riflessioni. Gli spazi bianchi inserti nel film per lasciare lo spettatore il tempo di elaborare le proprie considerazioni, appaiono nella naturalità dello scandirsi del tempo in modo molto realistico ed effettivo. Senza accorgercene venivamo istintivamente travolti da immedesimazioni e allegorie individuali. È la formula di un buon film.

Assistendo a questa storia cinematografica, viene da pensare inoltre, come nella routine di tutti i giorni, spesso si rischia di dimenticare i bei avvenimenti capitati, oscurando così del tutto l’anno passato nella smaniosa attesa del successivo, forse come “recita” Gaetano, sarebbe meglio lasciar stare e viversi il tutto senza grandi previsioni.

Una rottura di queste convenzioni sociali, a cui siamo molto legati per cultura, si riscontra nella scena finale quando Marta, la compagna di Gaetano, interpretata dall’attrice Fiorenza Marchegiani, gli comunicherà di aspettare un bambino con il dubbio se sia suo ma con la certezza di volerlo crescere con lui. Ecco quindi che da questa scena si evince l’alta umanità manifestata dall’autore e interprete, dal personale significato che rappresenta per ognuno di noi. 

Se ad ogni inizio segue una fine, ad ogni fine segue un inizio. Una catena infinita che permette a noi di avere smisurate possibilità di decidere l’andamento della giusta partenza e della giusta conclusione. 

Ricominciamo da tre, è un inno alla nascita e al rinnovamento di ciascuno, partendo dalle cose più semplici.

Consigliandolo tra la lista dei nuovi propositi, la veduta di quest’opera per chi soprattutto, non l’avesse ancora fatto, aiuterà a chiarire le idee o quantomeno a trovare una complicità ed un riconoscimento con i personaggi del film. 

In conclusione, se volessimo denominare questo 2021 con un appellativo auguratamente più fortunato del precedente (che ammettiamo esser stato insolitamente fin troppo duro), così come suggerirebbe il buon maestro e senza neanche troppi sforzi, sarebbe più opportuno chiamarlo, sentitamente: U-g-o. 

                                                                                                   

Gaia Courrier

L’Argante #10 Editoriale Speciale / Non siamo isole

Io e Stefano Chianucci ci conosciamo dal 1994. Ci siamo persi al Liceo e ritrovati all’ Università. D.A.M.S. Firenze. Io con la passione per il teatro, lui un cineasta onnisciente. Sognavamo seduti al baretto di lettere di fare qualcosa insieme. Ho ancora le bozze di sceneggiature atroci che scrivevamo: un mix di sperimentazione, allucinazione, psichedelica in bianco e nero. Storie di  Marlene Dietrich in un film di Spielberg. Roba da brividi. Ma eravamo giovani e pieni di sogni. Facevamo tutti gli esami insieme, qualcuno addirittura in coppia, qualcuno (di cinema) lo ha dato al posto mio (all’ epoca a Lettere c’era davvero l’anarchia), ad altri si sedeva accanto a me mentre parlavo ai professori compiacendosi sempre della mia facoltà di supercazzolare senza ritegno. Poi a 4 esami dalla laurea lui ha messo lo sprint. Si è laureato lasciandomi da sola ad affrontare Lettere e Filosofia. Morale della favola: nel tempo che io ci ho messo per dare gli ultimi esami e laurearmi lui ha fatto in tempo ad andare a vivere a Roma, fare la scuola di Cinema e tornare a Firenze. Io ho fatto l’attrice per il teatro, lui ha lavorato a Cinecittà. Abbiamo sperimentato le nostre arti, ma mai insieme. Poi siamo cresciuti e il nostro proposito di fare qualcosa insieme si è dissolto nel tempo. Tante volte ho provato a convincerlo ma senza esito. Un po’ di disillusione, un po’ di stanchezza perché si lavora sempre a fare altro, un po’ di vita sentimentale storta.

Poi è arrivato Woodstock. A quello non ha potuto dirmi di no. Mi ha sentito talmente infervorata per la mia idea che non ha potuto che accompagnarmi nella mia impresa folle di costruire uno spettacolo con 20 attori, solo con musica dal vivo senza nemmeno una battuta. Lui ha diretto le proiezioni scenografiche che hanno accompagnato per tutto lo spettacolo la storia dei protagonisti.

Da allora collaboriamo artisticamente grazie alla compagnia che abbiamo fondato, grazie alla spinta propulsiva e inarrestabile di Marco Giavatto, Irene Bechi e Silvia Bedessi: i Geneticamente Mortificati. Lavoriamo a progetti eterogenei: radio, teatro, riviste on line, animazioni di storie per bambini. Ma un lavoro di cinema insieme ancora no.

Poi è arrivato l’inverno 2020. Nello specifico… è arrivato l’ #invernofiorentino. E ci si sono drizzate le antenne. Marco ha preso le redini della barca e ci ha traghettato nella possibilità di farcela. Un’impresa impossibile: partecipare ad un bando per un finanziamento importante, vincerlo, scrivere, girare e montare 2 cortometraggi. Il tutto in meno di 20 giorni. L’argomento ce lo avevamo. Difficile in questo 2020 trovare il desiderio di indagare un argomento che non sia l’isolamento; durante il primo lock-down ha accomunato molti artisti un’impossibilità di potersi pronunciare, di raccontare. Adesso per noi era il momento di indagare cosa fosse successo e come ci ha cambiato. Volevamo dipingere l’isolamento a Firenze da angolazioni opposte. Ma la vera sfida è stata nella proposta di Stefano: la tecnologia, l’unica finestra attraverso la quale ci siamo ricongiunti con gli altri, è stata usata come soggetto e oggetto della nostra azione creativa. I cortometraggi sono stati ripresi esclusivamente con un iPhone 12 Pro Max e raccontano storie di persone ritrovatesi senza tecnologia o in esubero di essa. Ad oggi posso dire che ce l’ abbiamo fatta. Certo io non sono stata attrice in questo caso ma executive producer, come mi chiama lui. Ma finalmente abbiamo realizzato un sogno. Fare cinema insieme. Ci siamo affannati, divertiti, scazzati, abbiamo sbagliato, ci siamo ripresi, abbiamo aggiustato, tagliato, montato (questo più Stefano francamente che negli ultimi giorni ha lavorato giorno e notte), abbiamo decisamente rinnegato la paternità di quello che stavamo facendo per poi vantarcene orgogliosamente il secondo dopo. Abbiamo messo alla prova la nostra compagnia che di Cinema non ne aveva mai fatto ma sono sicura che il sodalizio Chianucci-Politi ha dato una salda rete di salvataggio alle cadute in itinere che ci sono state. Non sappiamo cosa sia venuto fuori. Ormai non riusciamo ad essere più obiettivi con il nostro lavoro. Siamo persone ipercritiche purtroppo e per fortuna e non siamo mai totalmente soddisfatti. Ma forse questo è solo un gran vantaggio. Perché adesso non ci fermiamo. Adesso tenderemo al migliore che verrà. E già stiamo progettando la prossima avventura.

Per adesso, domani 31 DICEMBRE alle 21.30 vi presenteremo il nostro primo lavoro cinematografico.

NON SIAMO ISOLE, EPISODIO 1 – RICCARDO e EPISODIO 2 – MINA

E siamo orgogliosi di esserci riusciti finalmente, come amici, come artisti e come GENETICAMENTE MORTIFICATI. 

Serena Politi

https://geneticamentemortificati.com/inverno-fiorentino/

L’Argante #09 Diventare attore oggi, tra paure e compromessi

“È indispensabile frequentare un’accademia se voglio fare questo mestiere? Quanti soldi saranno necessari? Ce la farò anche senza nessuna spintarella?”
Queste sono solo alcune delle domande che oggi come oggi affliggono maggiormente i giovani aspiranti attori. Tutti coloro che infatti decidono di avvicinarsi al mondo della recitazione con l’intento di farla diventare una professione, devono porsi mille quesiti per cercare di capire quale sia la strada migliore per raggiungere i propri obiettivi.


Le strade che un giovane può intraprendere per cercare di diventare attore sono molteplici, soprattutto al giorno d’oggi. La prima che viene in mente, soprattutto se si decide di studiare recitazione teatrale, è quella di iniziare un percorso in un’ Accademia nazionale. Sul territorio italiano le accademie di questo tipo sono abbastanza numerose (Accademia d’Arte Drammatica Silvio d’Amico a Roma e Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi a Milano due tra le più importanti). Per accedere a queste scuole è necessario superare una serie di provini che spesso possono essere, comprensibilmente, spaventosi. Questo non solo perché mettersi alla prova e farsi giudicare da persone teoricamente competenti mette sempre una certa ansia, ma anche perché si ha paura di non essere valutati davvero per le proprie qualità, che il giudizio si basi molto più sull’apparenza che sui contenuti e che non venga dato il tempo per far capire di cosa si sia realmente capaci.


La paura però non è solo quella di non essere ammessi. Il timore che può sorgere una volta che si è dentro (e probabilmente anche prima) è quello di vedersi spogliare della propria personalità, della propria espressività, per essere omologati a decine di altri ragazzi in modo da diventare un qualcosa che “possa andare bene” secondo canoni prestabiliti.

Nonostante queste paure però, è anche giusto chiarire che questo tipo di accademie possono davvero dare un grande aiuto ai giovani aspiranti attori, grazie a insegnanti preparati e ad eventuali collaborazioni con maestri del settore dai quali si può “rubare” il più possibile. Studiare e lavorare con professionisti è sicuramente un grande privilegio, ed è poi compito di ogni singola persona quello di riuscire a trovare una propria identità, un modo per esprimere se stessi ed essere unici.


Le Accademie nazionali però non sono l’unica modalità di accesso a questa professione. La tecnologia, ancora una volta, ha un ruolo determinante per chi vuole diventare attore oggi, soprattutto se si punta al cinema o alla televisione. Le numerose piattaforme dove è possibile condividere contenuti (Youtube in particolare), offrono spazio a chiunque abbia voglia di mettersi in gioco ed esprimere la propria creatività. Purtroppo però, spesso questa si rivela un’arma a doppio taglio: se da una parte infatti si ha la (quasi) completa libertà di esternare ciò che si vuole, dall’altra è necessario essere consapevoli del fatto che, proprio perché si tratta di una modalità accessibile alla maggior parte delle persone, c’è da mettere in conto che farsi notare sarà estremamente complicato e che, anche in questo caso, non sempre viene premiato il talento. L’estetica è un fattore abbastanza determinante nel mondo del web e, se è vero che la libertà è totale, se davvero si vuole emergere c’è sicuramente da tener conto dei gusti del pubblico, che spesso e volentieri sono distanti da ciò che si vorrebbe realmente fare.


Ci sentiamo spesso ripetere che questo è un mestiere fatto di sangue e sudore, che se vuoi farlo davvero serve impegno, dedizione, pazienza. Sentiamo sempre parlare quelli che ce l’hanno fatta, quelli che dicono che “basta crederci, lavorare duro e tutti i sogni si possono realizzare”. Questo solo perché quelli che invece non ce l’hanno fatta spesso non hanno la voce per dire che la realtà è ben diversa. È scontato che credere in quello che fai e metterci tutto te stesso sia indispensabile, ma è necessario guardare in faccia la realtà e ammettere che, qualche volta, tutti questi sforzi non sono abbastanza. È necessaria anche una buona dose di fortuna, soprattutto per trovare le persone che riescano a cogliere il potenziale della persona e che riescano a farglielo sfruttare al meglio delle sue potenzialità.


Per concludere, è necessario avere la consapevolezza che questo mestiere è prevalentemente fatto di compromessi. Soprattutto quando si è all’inizio, dobbiamo essere bravi a capire ciò che davvero vogliamo fare e ciò che invece ci viene richiesto dagli altri. Sicuramente, se vogliamo puntare in alto, è indispensabile anche “strizzare l’occhio” al pubblico e a coloro che hanno il potere di decidere se un prodotto sia valido o meno. Scendere a patti quindi è inevitabile; la domanda che resta da porsi è: fino a che punto siamo disposti ad arrivare?

 

Irene Bechi

L’Argante #08 Editoriale Speciale / Dentino e Lupacchiotto Amici inseparabili

Dal 23 dicembre Dentino e Lupacchiotto sarà disponibile sul canale YouTube dei Geneticamente Mortificati

La difesa della bellezza della narrazione

Per queste feste vi proponiamo un progetto nuovo a cui, come collettivo creativo IGM, crediamo moltissimo: l’animazione dell’albo illustrato Dentino e Lupacchiotto, amici inseparabili di Christian Ceccherini. I pedagogisti contemporanei sono d’accordo nell’individuare la lettura ad alta voce come quella pratica educativa che consente al bambino uno sviluppo che include arricchimento del linguaggio orale e crescita emotiva: nelle letture per bambini vengono presentate principalmente le emozioni semplici, primarie e le credenza, gli approcci e i valori legati alla realtà; si veicolano significati comuni. La narrazione ai bambini nel contesto della prima infanzia permette la comprensione del mondo esterno e incoraggia il bambino ad aggredire le sue paure interiori e ad affrontare, seppur in maniera virtuale, le prove della vita; abitua a gestire le proprie emozioni permettendo un’alfabetizzazione emotiva ed influenza il bambino ponendo le basi per l’amore per la lettura. La lettura ad alta voce dovrebbe essere quindi una prassi educativa presente in tutti i contesti di crescita dei bambini. Talvolta è possibile, talvolta meno. Talvolta l’amore per la lettura si respira in casa, altre volte è difficile che un bambino abbia accesso al libro. 

L’autore Christian Ceccherini

Dal 23 dicembre Dentino e Lupacchiotto sarà disponibile sul canale YouTube dei Geneticamente Mortificati

Dentino e lupacchiotto a casa dei bambini

Ci piacerebbe con questo progetto far entrare Dentino e Lupacchiotto nelle case di tutti i bambini. Portare il libro laddove fa più fatica ad entrare… o rispolverare l’amore per la lettura ad alta voce nella case in cui i libri già ci sono. Quella che noi proponiamo è una lettura ad alta voce 2.0. Il libro scorrerà sotto gli occhi dei bambini e dei genitori prendendo vita con delicate animazioni mentre una voce narrerà la storia. É un’esperienza di condivisione da poter fare con i propri figli o che i piccoli possono fare in autonomia… proprio come quando noi, nativi degli anni ’80, premevamo il tasto play del nostro mangiacassette per ascoltare le favole che mamma non aveva il tempo di leggerci. Proponiamo uno strumento, dunque, che possa appassionare alla lettura e che permetta ai genitori di fare esperienza coi loro piccoli di Reading di un libro che veicola bellezza e tenerezza. 

Dal 23 dicembre Dentino e Lupacchiotto sarà disponibile sul canale YouTube dei Geneticamente Mortificati

Il nostro regalo di Natale

In un mondo in cui c’è così poca attenzione al bello, alla cura e alla vera cultura per i piccoli ci sembra doveroso mettere la nostra competenza a servizio del libro di Christian Ceccherini perché possa avere una maggiore visibilità. Questa modalità di divulgazione permette inoltre di Includere nell’esperienza di lettura e narrazione anche i bambini con disabilità visiva. Il video è stato montato dal nostro instancabile moviemaker Stefano Chianucci, la voce narrante e divertita è la mia ma particolare menzione meritano le musiche originali cucite su misura del Maestro Manuele Marchi che ha composto la colonna sonora entrando nella storia vivendo insieme ai protagonisti le loro avventure. Siamo quindi lieti di augurare a tutti Buone Feste con questo piccolo e prezioso regalo di Natale. 

Serena Politi

 

Dal 23 dicembre Dentino e Lupacchiotto sarà disponibile sul canale YouTube dei Geneticamente Mortificati

Dal 23 dicembre Dentino e Lupacchiotto sarà disponibile sul canale YouTube dei Geneticamente Mortificati

L’Argante #07 Tutti a casa (Cupiello) per Natale

Il sipario è ancora chiuso ma già si assaporano due macromondi: Napoli e il Natale.

È il suono delle zampogne a trasportarci direttamente in questo spazio tempo. Da piccola ero convinta che gli zampognari fossero solo napoletani. Questo perché, in effetti, alla fine degli anni ’80 quando scendevo nella mia città natale a passare le feste con le mie nonne e i miei parenti e mamma mi portava in giro in Pignasecca io sentivo questo strumento irrorare per le strade lo spirito natalizio: era come se aiutasse la città e il suo sapore salmastro a vestirsi di rosso per le feste.

Mi inorgogliva mettere i due zampognari davanti alla capanna di Gesù nel presepe perché era come se anche Napoli fosse presente. Gli zampognari per me facevano Napoli più del pizzaiolo che infornava con la pala dentro una delle grotte illuminate intorno alla natività. Eduardo apre così il suo Natale in casa Cupiello, con gli zampognari che suonano sotto alla finestra. Ed è difficile chiarirmi se io associo gli zampognari a Napoli perché a questo mi ha condotto Eduardo o se effettivamente a Napoli gli zampognari sono presenze stabili a Natale e per questo Eduardo li ha omaggiati delegando a loro l’accompagnamento dello spettatore nell’anticamera di casa Cupiello.

 

Il San Ferdinando di Eduardo con un murales a lui dedicato

Nascere a Napoli basta per definirsi napoletani?

Per me è difficile scindere la Napoli di Eduardo dalla Napoli della mia esperienza perché io ho imparato Napoli attraverso i suoi testi e le sue rappresentazioni. Sono nata a Napoli ma sono stata adottata da Firenze a soli 6 mesi. E benché sia cresciuta a Firenze non mi sono mai sentita fiorentina. Io ho il sangue napoletano. Ma lontano da Napoli come fai a crescere napoletana? Basta la cadenza dei tuoi genitori a insegnarti la musica delle onde del golfo? Bastano le vacanze natalizie o estive passate a casa delle nonna con le zie e i cugini a infonderti la cazzimma (qualità innata certamente ma anche da coltivare adeguatamente in loco). Risposta: no. Napoli non puoi impararla a distanza… a meno che tu non cresca con Eduardo. 

Una veduta di Napoli

Eduardo assorbe Napoli e la restituisce intatta 

Eduardo ha in sé quel legame che Napoli instaura con tutti i suoi figli: un amore e un senso di appartenenza che li unisce al di là delle distanze. Ed è stato lui la cura al mio sentirmi apolide. Napoli è un soggetto presente in tutte le sue commedie. La sua produzione trasmette tutta quella napoletanità distillata dalla quotidianità e dagli spaccati di vita vissuta. Eduardo ha vissuto Napoli come Napoli ha vissuto e continua a vivere Eduardo. Vagando per i quartieri spagnoli molto probabilmente incroceremmo dei tipi alla Eduardo, con lo stesso scavo nelle guance, lo stesso modo distaccato di vedere le realtà; come disse Antonio Lubrano in una vecchia intervista “un tipo sofferente, che in qualche modo ha un conto aperto con gli altri e se lo porta scritto in faccia”. Eduardo racconta Napoli con compassione, ma senza compromessi. La osserva con un umorismo sofferto, con deliberato distacco, ne esalta i pregi, ma ne svela anche i difetti, denunciando la situazione di un popolo che, a volte si rialza per continuare a vivere, altre si cela dietro la propria ottusità per non rischiare di doversi assumere delle responsabilità.

“Alla corte di Messer Leonardo”, Teatro della Pergola, Firenze (foto © Filippo Manzini)

Mano nella mano con Eduardo

Eduardo mi ha trasfuso il sangue napoletano ogni volta che è apparso sul mio televisore. Ho imparato la lingua con lui, i modi di fare, i gesti, le intenzioni. Ho imparato la musica delle parole, i suoi suoni onomatopeici, la danza delle facce e delle smorfie. Ho camminato per le strade della mia città anche quando ero lontana e per fortuna l’ho fatto da quando ero ancora una bimba. Io ho avuto una fortuna davvero immensa: la mia maestra Lucia. Lei a 8 anni aprì la porta a Eduardo nella mia vita. La mia maestra a 8 anni mi fece memorizzare e interpretare davanti a tutta la scuola Filumena Marturano. Questa grande donna non solo è riuscita ad indicarmi la strada di casa per tutte le volte in cui mi sono sentita fuori posto, ma ha avuto la lungimiranza di farmi camminare mano nella mano per quella strada col più grande di tutti. Contro la pedagogia dello “gne gne” che propina ai bambini solo cose che riducono nettamente le loro potenzialità cognitive ed emotive, lei ha avuto il coraggio di nutrire una bambina con il teatro di Eduardo. 

Piccoli spettatori consapevoli 

Ci si chiede cosa sia adatto ai bambini. La bellezza è adatta. Spingeteli verso la Cultura, verso il teatro Vero e non date spazio solo ai cartoni di Peppa Pig. Riaggiornate, rispolverate le vostre memorie di poesie e leggetegliele. E non limitatevi a questo: riguardate insieme ai vostri bambini i quadri di Gauguin o di Kandinsky oltre alle illustrazioni di Altàn (per quanto il valore educativo de “la Pimpa” sia innegabile e indispensabile), ascoltate con loro Mozart, Led Zeppelin, Eric Clapton oltre alle tagliatelle di Nonna Pina. Cominciate adesso. Cogliete l’occasione ora che siamo vicini a Natale per far fare loro un viaggio a Napoli a casa di Luca Cupiello. Chissà che non trovino un posticino al suo tavolo per la cena della vigilia come è successo a me. 

Serena Politi

 

Potete vedere Natale in casa Cupiello su Rai Play clikkando sotto

L’Argante #06 Niente più imbarazzo: è Natale, posso vedere tutto quello che voglio – La triste storia di chi vorrebbe vedere sempre gli stessi film, ma con un finale a sorpresa!

<<Ho pensato di fare un articolo sui film di Natale>> (Io). 

<<Mmmh, occhio! E’ un articolo molto difficile, bisogna vedere da che punto di vista lo prendi, più che altro lo scrivono tutti, ma proprio tutti: cani e porci, compresi. Ma ti parlo da quando esiste il Natale e non esistevano nemmeno i film pensa… nonostante questo qualcuno scriveva già articoli sui film di Natale! Ti proibisco inoltre, e sia chiaro che lo faccio per te, di guardarti quei link su Google che parlano della classifica dei ‘Dieci film da vedere a Natale’, poiché sono tutti uguali e sinceramente non se ne sente il bisogno, mmmh boh… vedi te>>. (Stefano Chianucci). 

Il tono è fra il minaccioso e lo schifato, scostante, diffidente… tutto questo devo dire che è triste, molto triste. Io mi sento solo di fronte a questo mondo che non mi capisce, mi sento abbandonato a me stesso, non so a chi rivolgermi, per cui proverò a farlo a chi avrà il buon cuore di leggere questo articolo. Cominciamo dall’origine. 

Una verità difficile da confessare

Mi chiamo Marco Giavatto ho 32 anni e guardo i film di Natale;  lo voglio dichiarare a tutti, senza più nascondermi, senza più cambiare canale quando qualcuno entra nella stanza, senza chiudere la pagina aperta del computer se qualcuno passa nelle vicinanze. Voglio essere libero in questo mondo di compromessi, voglio essere leggero in questo contesto di automi del cinema moderno anche un po’ radical chic. Ho passato anni dentro la finzione, ora voglio uscire allo scoperto! Quante volte di fronte ad un bambino che guardava Il Grinch (2000) di Ron Howard con Jim Carrey, (l’unico vero Grinch), con una smorfia di compassione ho lasciato la stanza per non dare nell’occhio ad amici e parenti e poi tornando a casa, mi sono chiuso in bagno per guardarlo dal cellulare? Quante? Ora basta! Voglio una copertina, dei biscotti fatti in casa, un temporale con la giusta dose di fulmini fuori, una luce di cortesia e un mega schermo che mi passi in rassegna tutti quei film là, tutti quelli che hanno lontanamente la parola Natale dentro, che siano girati a Natale, che hanno al loro interno un fiocco di neve e non solo. 

Quando tutto è iniziato non me ne sono reso conto

Comincia sempre quando meno te l’aspetti, intorno a metà Novembre: rincasi un po’ più infreddolito del solito. È buio pesto da una vita fuori, ma sono solo le otto meno un quarto di sera; abbandoni l’idea della birretta gelata per tuffare un simpatico dado nel brodo e prima ancora che te ne rendi conto la mano va sulla tastiera del pc o sul telecomando e completamente disconnessa da noi digita: “FILM DI NATALE” o “NATALE”. Poi però ci rendiamo conto che è ancora troppo presto, fuori nemmeno i più radicali hanno montato le lucine sui balconi e allora ripieghiamo su altro… con sguardo vuoto per non essere scoperti. Ma dentro di noi c’è un procedimento inverso: il film che abbiamo appena messo su è in realtà quello che la nostra anima ritiene il più natalizio di tutti: Die hard – Trappola di Cristallo (1988) con Bruce Willis e a seguire Die hard II – 58 minuti per morire (1990). D’improvviso una sensazione ci avvolge come una coperta calda: mentre tutto il mondo che ci circonda è ignaro, per noi il bambinello è già nato. Intanto passano i giorni, le settimane e bisogna avere un preciso programma per riuscire a vedere di nuovo tutti i film di Natale che più ci interessano prima che sia troppo tardi, prima che sia decisamente troppo patetico; finché l’ultimo festone rimarrà attaccato ad una fottuta parete o finestra, io posso, io sono autorizzato a mettermi comodo per guardare: Che fine ha fatto Santa Clause? (2002) con Tim Allen, sequel di Santa Clause (1994), che ovviamente compare nella “lista da vedere assolutamente” molto prima. 

Abbiamo tutti la stessa inclinazione, tanto vale farsene una ragione

Ma proviamo per un attimo a non avere sovrastrutture mentali e a lasciarci veramente trascinare dall’euforia del film che fa Natale: quello che la nostra mente nasconde a se stessa ha del raccapricciante e lo dico con affetto. Perché se Una poltrona per due (1983) con Dan Aykroyd, Eddie Murphy e Jamie Lee Curtis per un verso o per l’altro l’abbiamo visto tutti, omologandolo come film adatto alle feste, quello che non riusciamo ad ammettere è che per ognuno di noi il “natal-movie” è diverso. Ora di seguito darò spazio ad una serie di esternazioni di persone che sono volute giustamente rimanere anonime sui loro film preferiti nel periodo natalizio: 

<< Non è Natale se non guardo Guerre stellari tutta la saga prima nell’ordine d’uscita e poi in quello cronologico o forse al contrario ma lo devo vedere, altrimenti non mi sa di niente Dicembre >>

<< Come fai a non guardare Harry Potter? Io comincio dal primo week-end di Novembre così entro Natale mi ci entra tutto, il giorno di Natale poi riguardo il quarto episodio, essendo quello più natalizio >>

<< Se non “fa Natale” Dracula di Francis Ford Coppola non so cosa sia il Natale allora >>

<< Come si fa a passare il Natale senza vedere nemmeno un Fantozzi? >>

<< La canzone di Ghost con Patrick Swayze, Demi Moore e Whoopi Goldberg è importante sentirla, almeno sentirla… e poi si può cominciare a parlare di Natale >>

Mi fermo qui, perché so già di aver scatenato la fantasia di ognuno di voi, abbiate il coraggio di dire ad alta voce cosa fa “Natale”. 

È ora di vuotare il sacco, non ci saranno altre occasioni…

A margine potremmo dire che ognuno di questi film è forse più legato alla nostra infanzia o semplicemente all’idea di vacanza: via dalla scuola per tre settimane, cambio della programmazione televisiva, giornate intere a guardare film e saghe (se non cito Fantaghirò muoio). È una di quelle cose che rimane difficilmente spiegabile e non voglio nemmeno fare il paragone con i ragazzi di oggi, non mi interessa trattare l’argomento per una serie interminabili di motivi: mi sentirei di colpo troppo “vecchio” o troppo “scemo”, con una buona possibilità di disprezzare la nuova generazione che in fatto di atmosfere natalizie non ci può battere, non può competere.

A proposito… che guardate voi “gggiovani” a Natale? Io mi tengo le mie convinzioni, specie adesso che sono uscito alla luce del sole e scusatemi davvero se vi congedo così su due piedi, ma ho da fare, sento il bollitore che fischia e fra poco inizia Il piccolo Lord e a seguire c’ho Rocky IV: neve, Russia e combattimento il 25 Dicembre. Mancano solo pochi giorni a Natale… devo fare in fretta…

Marco Giavatto

Buona visione… e Buone feste!