L’Argante #05 Immaginiamo un Neorealismo 2.0.

La nostra società sarebbe in grado di riproporre valide espressioni artistiche all’altezza di tale corrente?

Correva l’anno 1943. Il dopoguerra italiano lasciava ancora molte macerie nel cuore dei superstiti, tra questi: pittori, intellettuali, scrittori, fotografi, teatranti e registi, che mossi dalla loro spiccata sensibilità di guardare al presente, sentirono tutti l’imminente bisogno, di raccogliere le polveri cadute dagli animi delle vite infrante del popolo per farne un’Arte. 

Il Neorealismo si piazza così, nella memoria culturale e storica del nostro paese, come una corrente del tutto nuova, naturale, scollegata dalle precedenti e priva di artifici scenici che ben caratterizzavano invece il sistema classico prima d’allora in voga. Proprio nel cinema dunque, questa espressione trova il suo più alto compimento. Registi come Visconti, Rossellini, De Sica, Zavattini (solo per citarne alcuni), eseguivano le loro riprese all’esterno, utilizzando la realtà come loro scenografia. Protagonista delle loro opere era l’emotività umana espressa nel suo complesso sviluppo e rivelazione. Non c’era il tempo né l’esigenza per le inquadrature perfette, per recitazioni curate e modelli programmati, l’obiettivo principale era dire più cose possibili allo spettatore, con urgenza, con espressione. Era un cinema sporco, disordinato, impreciso, che rifletteva il caos della realtà quotidiana e il turbamento all’epoca percepito come sentir comune. Nondimeno ad oggi il neorealismo viene ricordato come una corrente preziosissima, soprattutto per i contributi che ci ha lasciato in eredità. Ci ha insegnato la narrazione del vero, l’importanza di testimoniare fatti di cronaca, il volgere l’attenzione ai particolari del quotidiano e non darli mai per scontato, Realismo delle cose semplici ma belle, delle emozioni condivise e di quelle custodite, l’osservazione e la comprensione dei rapporti umani, ma forse queste nozioni rimangono chiuse tra gli archivi meramente di materia cinematografica ed artistica.

Ma se volessimo adoperare lo sguardo neorealista di un tempo e trasporlo sulla nostra attuale società, che cosa ne uscirebbe fuori? Quali valori riusciremmo ad esprimere davanti una camera cinematografica che ci chiede di essere semplicemente noi stessi? 

Potremmo di certo copiare il tema del caos, della confusione che invade anche le nostre vite attuali, ma c’è da chiedersi poi se questi disordini siano gli stessi di allora, e naturalmente sappiamo che non lo sono. Noi rappresentiamo l’era della velocità, quella dell’impazienza, sì. L’era del “non ho tempo, scusa” (a volersi spendere con una parola cordiale di troppo quando va bene), del “meglio il libro del film” quindi del giudizio gratuito. L’era della comunicazione globale ma senza una comprensione effettiva.

Incapaci di ascoltare, vediamo ma non guardiamo, sopravviviamo e poco viviamo, parliamo molto ma non dosiamo le parole, come disse Nanni Moretti in Palombella Rossa: “Le parole sono importanti”, ma a noi questo sembra non interessare. Che tipo di realtà custodiamo dunque? Cosa avremmo da raccontare? Il neorealismo di allora, prestava molta attenzione allo sguardo dei bambini, i futuri grandi di domani, perciò si sottolineava la responsabilità delle proprie azioni. Le nostre generazioni si stanno formando secondo una morale deformata, o intrisa di un’etica convenzionalmente modificata, di conseguenza accettata senza domandarsi se sia poi quella giusta. I teatri, le sale cinematografiche, le accademie, si stanno svuotando sempre di più, venendo rimpiazzate da strumenti digitali, che, come nuovi imbonitori, ti fanno credere di poter accedere a tutto e di poter essere tutto ciò che si desidera attraverso uno schermo soltanto, basta un attimo che ci si improvvisa attori, cantanti, politici, critici, modelli e tuttologi. “Grandi e forti”, ma in verità vuoti e deboli. La facilità con cui si ottiene qualcosa, non è mai stata la migliore amica dei buoni risultati, piuttosto è la costanza, il buon gusto dell’esperienza, l’intelligenza e la riflessione che spingono all’ottenimento di risultati positivi, ma queste vanno a spasso col tempo, si misurano con la sua saggia e dispensabile lentezza, e questo l’Arte lo sa, ed è per questo che anche se faticosamente, cerca di farsi spazio per brillare ancora davanti gli occhi dei suoi spettatori, con la speranza di stupirli sempre, di poter essere fruita, ascoltata, studiata, amata da essi. Antico non vuol dire vecchio, né incapace di stare al passo coi tempi, antico spesso significa anche necessario, tradizione che insegna. Se c’è una cosa di essenziale nella vita dell’uomo è l’espressione artistica, che tutto abbraccia e rappresenta. Non bisogna perdere la fiducia su di essa ma darle la possibilità di manifestarsi nelle sue sedi che in principio sono state create per lei, come i cinema, i teatri, le sale, le gallerie, sono la casa dell’Arte create appositamente per accogliere numerosi ospiti (noi tutti), e favorire una coesistenza tra uomo e spettacolo, uomo e arte, uomo e cultura, in modo intimo e raffinato; nessun luogo artificiale potrebbe mai sostituire questa interazione in modo efficiente senza compromettere la sua fruizione diretta e autentica.

Se i neorealisti di ieri dunque, potessero ad oggi parlare, ed analizzare il mondo di ora, penso che abbiano ben poco da scrivere a riguardo, incorrerebbero ad analisi brevi e scarne della nostra realtà e sarebbero costretti a disporre le loro riprese in ambienti al chiuso. 

L’Italia del sottoproletariato spiegato attraverso quelle pellicole, era un’Italia senza speranza, apparentemente senza possibilità di miglioramento, vedevano addirittura nella cessazione della vita l’unica loro redenzione. Ad oggi non necessitiamo di giungere a queste conclusioni, ma la speranza di salvaguardare gli insegnamenti passati e valorizzarli per un presente più consapevole sta di fatto svanendo. Sarebbe bello poter riprendere anche soltanto coi nostri occhi, quei dettagli genuini, quei momenti vissuti colmi di emotività, e far caso ai rapporti umani, alle cose che non abbiamo più, a quelle a cui invece teniamo di più… sarebbe bello poter essere in grado ancora, di scrivere un racconto attuale degno della miglior pellicola Neorealista di questa nostra nuova epoca. 

E poiché Chaplin disse “Il tempo è un grande autore. Trova sempre il finale giusto”, a noi spetta l’arduo compito di non tradire l’impegno sociale dei nostri artisti passati e cercare sempre di concludere le nostre storie con una morale opportuna che possa sempre migliorarsi nello scorrere del tempo.

Gaia Courrier

                                                                                                            

L’Argante #04 Proprio come Alice. Omaggio a Rodari nel centenario dalla nascita

Sono passati 100 anni dalla nascita di Rodari. Ne sono state scritte e ne sono state dette su di lui… e tutti hanno potuto raccontare la propria esperienza. Questo perché nessuno, ma proprio nessuno ha trascorso l’infanzia senza sfogliare qualche sua storia, favola o filastrocca.

Rodari nell’infanzia degli italiani

Gianni Rodari ha segnato anche la mia infanzia, la mia vita, il mio modo di guardare al mondo. Le sue favole al telefono prendevano vita quando la sera, prima di addormentarmi, me le leggevo con la lucetta del comodino accesa, immaginando che fossero raccontate proprio attraverso una cornetta. Ho vissuto con Giovannino Perdigiorno nei suoi viaggi in paesi mirabolanti, ho detto sempre la verità con Giacomo di cristallo e sono caduta nelle fiabe con Alice Cascherina. Poi sono cresciuta ma, credetemi, un po’ di Giovannino, di Giacomo e un po’ di Alice, la loro curiosità, il loro senso di giustizia e coraggio sono rimasti dentro di me, nelle sfaccettature della mia personalità, archetipi delle mie parti migliori.

Riscoprire Gianni oggi

Una foto dallo spettacolo “Alice Cascherina casca in Cappuccetto Rosso”

Quando dal Teatro della Pergola mi hanno chiesto di metter su uno spettacolo per bambini come regista io non ho avuto alcun dubbio su dove indirizzare la mia spinta creativa. Ho scelto Gianni. E senza alcun pudore ho deciso di continuare ciò che Gianni aveva accennato nella sua favola al telefono. Alice Cascherina non solo sarebbe caduta nella favola ma avrebbe provato a cambiarla. E sono davvero contenta di aver osato, e mentre lo riscrivo mi emoziono ancora, nel far vivere ad Alice la sua esperienza al posto di Cappuccetto Rosso. Eh si perchè in Alice Cascherina casca in Cappuccetto Rosso, andata in scena al Saloncino della Pergola nel 2013, la protagonista, scambiando per errore il suo fiocco con il cappuccio rosso di Cappuccetto prendeva il suo posto, incontrava il lupo e tentava con tutte le sue forze di far diventare buono il lupaccio cattivo… senza riuscirci alla fine… perché tutti bambini avrebbero avuto diritto di ascoltare la storia di Cappuccetto esattamente come doveva essere, così emozionante proprio perché fa vivere e vincere anche la paura.

Una foto dallo spettacolo “Alice Cascherina casca in Cappuccetto Rosso”

Chissà se Gianni sarebbe stato d’accordo nel far procedere cosi la sua bambina nella storia… chissà se anche la sua Alice avrebbe restituito il cappuccio alla protagonista o se avrebbe continuato a fare i dispetti al lupo per farlo scendere dal letto della nonna. Quel che so è che poter entrare nella storia di Gianni per poterla riscrivere a 4 mani in un certo senso (grazie al teatro che ha la magica potenza di realizzare i sogni), mi ha permesso di diventare Alice e di vivere con lei le sue avventure ancora di più. E so per certo che i piccoli spettatori che hanno avuto modo di cadere con lei nei suoi guai l’hanno amata almeno quanto l’ho amata io che ho avuto la gioia immensa di poterla trasferire dalla fantasia alla realtà. Immenso è il potere delle parole, ancor più grande la riconoscenza verso chi queste parole le ha scritte, pensate e devolute.

Le letteratura per l’infanzia a teatro

Una foto dallo spettacolo “Alice Cascherina casca in Cappuccetto Rosso”

Io credo fermamente nella grandissima potenzialità della letteratura per l’ infanzia, da pedagogista e da bambina mai cresciuta. É un’ancora di salvezza che ci permette di continuare a sviluppare la nostra fantasia e che ci insegna sempre moltissimo del mondo e di noi stessi, delle nostre emozioni, delle nostre reazioni, di ciò che crediamo esser giusto o meno. L’ impegno di Gianni Rodari è impagabile per il contributo che ha dato e continua a dare a generazioni di piccoli lettori e piccole lettrici.   Nel caso del mio spettacolo di spettatori e spettatrici… Misurarmi con questo testo è stata una gioia spiazzante. Poterlo fare con i mezzi della Pergola dalla scenografia di Sandro Lo Bue alle luci magistrali di Filippo Manzini e con delle attrici davvero straordinarie (Giulia Cavallini, Eleonora D’Arrigo, Marisa Crussi e Romina Bonciani) ha concesso alla mia follia nell’usurpare  un testo intoccabile di farlo senza freni, ma con grande rigore e rispetto.

Dante diceva nel IV Libro del Convivio che “chi pinge figura se non può essere lei non la può porre”. Se così è, allora potrei testimoniare se l’ho posta è perché io sono stata Alice, mentre la leggevo, mentre la riscrivevo, mentre dirigevo Giulia che piano piano la incarnava interpretandola… e se ho avuto l’ardire di pingerla è stato con grande umiltà e rispetto… ma in fondo non potevo fare altrimenti… perché me l’ha insegnato lei a cadere nelle fiabe… io sono solo caduta nella sua.

 

Serena Politi

Photo © Filippo Manzini

 

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Una foto dallo spettacolo “Alice Cascherina casca in Cappuccetto Rosso”

L’Argante #03 Formazione teatrale in tempi di pandemia. In che direzione andremo?

Questa nostra nuova rubrica, L’Argante, nasce in un periodo che, come tutti sappiamo, per il teatro non è proprio rose e fiori. Ed è per questo che, oltre a dedicarci alle tante meraviglie che questo mondo ci riserva, è giusto anche prendere in considerazione le criticità e le difficoltà che ogni giorno vengono riscontrate. È bene discuterne, capirne i punti deboli e cercare, in qualche modo, di trovare soluzioni per rendere nuovamente il teatro fruibile e godibile per più persone possibile.

Lezione del Centro di avviamento all’espressione. Teatro della Pergola, Firenze

Questo 2020 non è sicuramente stato uno degli anni più fortunati per quanto riguarda il mondo delle arti, teatro compreso.

È ormai da marzo infatti che gli artisti e tutti i dipendenti dello spettacolo sono stati costretti a fermarsi, reinventarsi e cercare soluzioni alternative per portare avanti quella che è la loro professione.

Le sedie dei teatri con le X, le stagioni cancellate e le ore di prove gettate al vento rendono sicuramente l’atmosfera triste e malinconica, nonostante gli sforzi per provare a risollevarsi. Vedere che il settore artistico è ancora una volta quello che più viene penalizzato, scatena una giusta rabbia e indignazione.

Ciò che viene spesso dimenticato però è che non solo è stato colpito chi del teatro ne ha già fatto un mestiere, ma anche tutti coloro che, spinti da un passione o da semplice curiosità, hanno deciso di muovere i primi passi verso questo mondo.

Lezione del Centro di avviamento all’espressione. Teatro della Pergola, Firenze

La situazione dei corsi di formazione

I corsi di formazione teatrale infatti sono stati fra le prime attività ad essere fermate, e anche fra quelle che con più fatica stanno cercando di riprendersi. Molte scuole di teatro hanno deciso di non avviare nuovi corsi per quest’anno e anche quelle che a settembre, visto il clima un po’ più tranquillo, hanno voluto provarci, ora si vedono costrette a fermarsi nuovamente.

In questo modo l’avvicinamento delle persone al teatro, già raro di per sé, viene messo ancora più in crisi dal momento storico in cui ci troviamo, e soprattutto dalle drastiche soluzioni pensate per questo ambito.

Lezione del Centro di avviamento all’espressione. Teatro della Pergola, Firenze

Il mondo digitale può aiutarci?

Nonostante il mondo del web sia risultato molto utile in un periodo come questo, la formazione teatrale è quasi impossibile da riportare online. Il teatro ha bisogno di essere vivo e presente, trasmettere la sua vitalità, rendere partecipi tutti gli allievi e far in modo che essi interagiscano solamente attraverso uno schermo non è minimamente pensabile.

Le misure restrittive poi, non hanno reso vita facile a quei corsi che, dopo mesi di stop, hanno provato a ripartire. Fare una lezione di teatro dove il contatto con gli altri viene categoricamente negato non è semplice e rischia di non riuscire a creare quella complicità e quell’ascolto di cui quest’arte ha bisogno. Queste misure però, invece che come un impedimento, si possono vedere come una sfida e un’opportunità per trovare nuovi modi di creare un legame, pur stando lontani gli uni dagli altri. Questa situazione porterà forse ad un teatro più individuale, dove ognuno si concentrerà su se stesso. O al contrario farà crescere la voglia di collettività e accentuerà la nostra percezione verso gli altri, anche senza bisogno di contatto fisico.

Lo stop ai corsi di formazione teatrale è un grave danno sia per tutti gli insegnati che vivono di questa attività, sia per tutti quei bambini, ragazzi e persone in generale che in quelle poche ore di lezione a settimana trovano una valvola di sfogo.

Lezione del Centro di avviamento all’espressione. Teatro della Pergola, Firenze

Un futuro diverso. Nuovi assembramenti

È vero che la situazione attuale è estremamente difficile e gestire corsi di teatro in totale sicurezza sarebbe stato veramente complicato, ma è anche vero che in un periodo come questo, anche solo due ore a settimana di evasione da tutto ciò che ci circonda, sarebbe sicuramente utile per il benessere delle persone, che in quello spazio avrebbero forse ritrovato un po’ di tranquillità e spensieratezza.

Nonostante tutto però, dopo la più che giusta disperazione iniziale e il comprensibile scoraggiamento, è bene iniziare anche a pensare a come poter sfruttare al meglio questa situazione. Anche il mondo della formazione magari muterà; se la situazione va avanti così, si troveranno forse nuovi modi per creare complicità e nuove forme di “assembramento” consentite, creando così anche un nuovo modo di fare teatro.

 

Irene Bechi

Lezione del Centro di avviamento all’espressione. Teatro della Pergola, Firenze

L’Argante fra Cinema e Teatro

Come preannunciato nell’articolo n. 0 del nostro direttore di compagnia, e qui collega editor, Marco Giavatto, L’Argante è il nome che abbiamo scelto per la nostra rubrica di articoli e pezzi sul mondo del teatro e su tutti i vasti mondi che gli girano intorno. O a fianco.

Nostra intenzione è quella infatti di proporre una serie di sotto rubriche, che nel tempo andranno ad arricchire la nostra offerta di news, saggi e scritti vari sullo spettacolo.

Il Cinema non poteva certo mancare. Il Cinema con il Teatro.

Il Cinema dal Teatro. Ma anche il Teatro dal Cinema.

Così come la letteratura, (più spesso), è riversata in quella che ingiustamente da sempre viene definita “riduzione” cinematografica (di gran lunga preferisco la parola “trasposizione”, perché fra grandi forme d’arte nulla si riduce ma molto si potenzia semmai!), anche il cinema viene trasposto talvolta in letteratura.

E così avviene fra Teatro e Cinema o fra Cinema e Teatro e non solo con le opere ma anche con i loro rispettivi protagonisti. E anche qui non solo attori, ma autori, compositori, scenografi, costumisti.

Pensiamo a grandi nomi come il nostro Zeffirelli o Visconti. Ma anche a Welles, Polansky e chissà quanti altri andremo forse nel tempo a raccontare.

Quante differenze fra queste due arti che pur si toccano e si cercano da sempre.

La fruizione delle due, così diversa, così immediata, appoggiata sul tempo stesso della nostra realtà per il Teatro e così imbrogliona talvolta, dilatata, falsata, velocizzata, rallentata nel tempo, (come certe giornate degli uomini però che non passano mai), nel Cinema. Così “live” a teatro questa fruizione e così irripetibile. E così stoppabile nel cinema, riconsultabile, rivisitabile.

E poi la recitazione che non permette errori nel Teatro, contrapposta a ciak all’infinito fino al raggiungimento della perfezione nel cinema. Poi rimontata, talvolta violata, stuprata, rimescolata da un montatore, eppure portata verso sponde sconosciute dagli stessi attori all’origine.

Intendiamoci bene, non sarà mai nostra intenzione dire “meglio” – “peggio”. Parliamo di arti con caratteristiche diverse e modus operandi diversissimi. 

Così come può essere diversissimo il pubblico. Oppure no (in questo caso). Ci dividiamo fra grandi amanti del solo teatro, del solo cinema, di entrambi e in modo viscerale per entrambi. Ma per l’opera e per gli operanti, anche il pubblico quanto e come può influire. Esso stesso attore nel teatro, dove l’atmosfera non solo sul palco, ma anche oltre la quarta parere è creata: con i sospiri, gli sguardi, i sussurri, gli applausi, le urla, le critiche e talvolta i fiori e forse un tempo.. i pomodori!

Così assente nella sala del cinema, almeno certo per gli attori e i registi, che del pubblico nulla percepiscono e nulla sanno fino ai risultati del botteghino o alle recensioni buone o tremende degli “esperti”. 

Ultima ma non ultima, la distribuzione. Così vincolata a centinaia, migliaia di repliche (nei casi, pochissimi, davvero fortunati) nel teatro. Così mastodontica, globale, digitale nel cinema. 

Le abbiamo dette tutte? Si, forse. Fruizione, recitazione, pubblico, distribuzione. Regole diverse, mondi diversi ma affini. Ma che importa infondo. Vogliamo essere scontati con gli aggettivi? Si. Mondi belli. Bellissimi entrambi.

E per questa bellezza che è il fine ultimo di ogni arte in ogni forma, cercheremo di raccontarvi le storie del Teatro, le storie del Cinema e le storie di tutti i protagonisti che per queste arti si spendono.

Con un occhio particolarmente attento per coloro che nella loro carriera si sono spesi e si spendono ancora… per entrambe.

 

Si apre il sipario in teatro. Si spengono le luci nel cinema. A presto.

 

Stefano Chianucci

 

“Il Whisky maschio senza rischio” – Articolo n°0 – Speciale Gigi Proietti.

Tocca a me inaugurare questa “redazione”. Una serie di articoli sul teatro e l’arte scenica in genere, questa la nostra idea, non certo nuova ma dal nostro personale punto di vista, questo si.

Più che ai miei “colleghi” di redazione e compagnia, dicevo, toccava a me, forse principiare per un dovere da compiere che non è quello verso il teatro in genere, ma in questo caso nei confronti dell’attore, il grande uomo e artista che di recente ci ha lasciati. Avrei decisamente preferito iniziare in maniera diversa questo percorso ma è appunto con sommo dovere che scrivo queste righe per omaggiare Gigi Proietti. 

Sebbene possa apparire semplice scrivere di questo grande istrione, il rischio di ripetere le parole già usate in questi giorni ha percentuali altissime, anzi è una certezza. Io userò sicuramente le frasi, i concetti, le idee di tutti quelli che hanno scritto, scriveranno e stanno scrivendo di lui.

La domanda è lecita: come si fa a giudicare le gesta in palcoscenico del primo di tutti noi? La risposta è semplice: non si può! Allora seguendo questa logica doveva o poteva essere lo stesso Proietti a giudicare o commentare le gesta altrui in una sorta di giusto rapporto piramidale che solo chi si trova in posizione di vertice può essere autorizzato ad esercitare e qui viene il bello: a Proietti il pensiero non lo sfiorava nemmeno ed è così che si palesa davanti la sua enorme grandezza, lui ci teneva molto a respingere queste modalità degne della più stucchevole “aristocrazia”. Era un maestro che non voleva essere chiamato maestro e proprio per questo lo era più di chiunque altro, molto semplice il ragionamento, quanto complicato è il mondo dell’arte attoriale oggi. 

Chi ha avuto l’onore di essere suo allievo, ha sperato fino all’ultimo che Proietti potesse tornare ad insegnare, il che sottolinea i grandi valori scenici ma soprattutto umani di quest’uomo, uno fra tutti: LA GENEROSITÁ. Si! Perché un attore deve esserlo, verso i colleghi, verso i giovani e verso il pubblico, sembrerà una frase fatta ma così non è più nei fatti, mentre a parole è facile a tutti quest’operazione. 

Proietti nel ruolo di Mandrake in Febbre da cavallo (1976) di Steno
Proietti nel ruolo di Mandrake in Febbre da cavallo (1976) di Steno

E’ in atto una cristallizzazione della maniera di essere attore oggi, che richiama i divi di fine ‘800, grandi attori, inavvicinabili, anche se con i social, le foto, internet sembra di averli più a disposizione sono invece sempre più isole di fumo e fama e si comincia da molto giovani, spesso chi meno dimostra sul palco, più si carica di quest’aria che oserei definire “puzzolente” e fosca. 

Proietti invece operava controcorrente e la soluzione a questo vecchio arcano è assai semplice: proveniva dalla generazione dei grandi, quelli che per riuscire a sfondare così tante orbite di maestosa  attorialità ed umanità, sono dovuti partire da molto, molto lontano e dal “niente”, da quello che noi chiamiamo “niente” per aiutarci a capire, ma che era molto più ricco di contenuti rispetto a quello che ti può dare uno scuola attoriale oggi, o una famiglia benestante che ti può assicurare una carriera d’attore.

Proietti nominato professore honoris causa a Tor Vergata.

No, ecco, nella generazione di cui Proietti rappresenta l’ultimo baluardo, attore lo nascevi per altri motivi che non erano la conseguenza naturale dell’agiatezza e del non avere nient’altro da fare. Esistono, o per meglio dire esistevano, due tipi di esseri umani: quelli che la vita la vivevano e chi invece la assorbiva per poi poterla ricalcare in palcoscenico, dotati di una vista interiore sovrumana, equipaggiati di sensi non percepibili ai loro stessi simili ed è probabile che la parola “mostri” venga usata per descriverli. Mostri bellissimi però, capaci di incantare le folle, di numeri da stregoni, imbonitori dall’animo buono, utilizzando una parola che ha perso il suo vero significato: Attori!

Proietti e Gassman in una foto degli anni ’80

Gigi Proietti era un attore e mentre lo dici ti si riempie il cuore di un piacevolissimo strano calore.

Infine e concludo, Proietti era completo che ha volutamente rinunciato al dramma per sua stessa ammissione, poiché la soddisfazione delle risate del pubblico erano per lui il premio più appagante. Ma avrebbe ed ha fatto tutto ai massimi livelli: dalla sperimentazione, all’avanguardia, dal musical, passando per il canto, il dramma, la commedia e poi Shakespeare e il grammelot, la mimica… e non finirei più.

Pensate per un attimo a Proietti e le barzellette, siamo in un paese dove il barzellettiere è visto, giustamente, come un patetico artista che sta ancora a raccontare una cosa vecchia come il “cucco”, in maniera banale e stucchevole. Ecco Proietti era dotato di una tale bravura da non far tramontare nulla, nemmeno la più banale delle barzellette, perché diventava un pezzo straordinario di teatro, di silenzi, pause, descrizioni, mimica facciale che non è possibile descrivere a parole. 

Grazie di tutto Gigi Proietti, grazie di cuore. Non è che non si riesce a spiegare quanto ci mancherai, è che non ci riuscirà mai veramente capirlo.

Marco Giavatto

Il nostro nuovo sito è on line!

Vi comunichiamo che il nuovo sito della compagnia è finalmente on line! Abbiamo un po’ cambiato la veste grafica e alleggerito tutte le pagine con un layout nuovo su sfondo bianco per una leggibilità migliore… anche perché abbiamo grandi novità che vi sveleremo a breve! Nuovi progetti, nuovi video, nuove storie da raccontarvi e una nuova sezione del sito tutta per voi e per rimanere sempre aggiornati sul fantastico mondo del teatro e dello spettacolo… si, anche in questo momento molto difficile!

iGM

Mio cognato

“Esisterà da qualche parte, ne sono certo, la vera entità della Sicilia. Lì convivono tutte le civiltà che vi sono passate. In quel posto, si attende con smania la prossima conquista. Lì io vivo e sono nato. Di contro, non sento il bisogno di tornare in quella reale, luogo che ormai ha smarrito la
propria origine.”

Marco Giavatto

La Sicilia di oggi supera ogni possibile previsione pirandelliana. Corre via, oltrepassando l’immaginazione collettiva, disintegrando la memoria del singolo individuo e della storia. Sarà forse colpa dei tempi rapidi in cui viviamo? Tutto cambia così velocemente da non lasciarci il tempo di ricordare e chi, disgraziatamente, prova a farlo rimane incastrato.

Finalmente il Lupo ci è riuscito: si è camuffato talmente bene da confondere gli agnelli prima di mangiarli. Con sua grande sorpresa, però, ha scoperto che, tra loro, c’è qualcuno che ha sempre voluto fare il lupo… allora che fare? Mangiarli tutti o istruire gli agnelli a sopprimere altri agnelli?

Infine, può un’isola che è stata di tutti rifiutarsi di accogliere il cambiamento?

“Un amore tormentato non è per forza quello tra due esseri umani, ma spesso e volentieri quello di un uomo verso se stesso. Quando nasci da una Madre e in una Terra sei portato naturalmente ad amarla. Punto. E una volta che la ami, odi il fatto di doverla amare. Se la Madre in questione, terra o donna che sia, è qualcosa di lontanissimo da te, in cui tu non riesci a catalogarti – perché, se conosci un po’ la storia, non puoi accettarlo – questo fa malissimo. Io c’ero, ed ero però piccolissimo, quando sono morti Falcone e Borsellino. La Sicilia era stata scenario di guerra, ma, dopo un brusio generale, la Sicilia non è cambiata. Quello è stato per me l’atto di separazione totale fra me e la Sicilia, per cui non ci possiamo più avvicinare. Vi è, anzi, un fatto scientifico: la Sicilia si allontana dall’Italia, 3 mm all’anno. E’ alla deriva, come se non riuscissimo – per una forza centrifuga – a ritoccarci più, e prima di fare il giro e incontrarci di nuovo dall’altra parte ci vorranno milioni e milioni di anni. E’ come se ogni tentativo compiuto per riavvicinarsi ci facesse staccare ancora di più l’uno dall’altra. E’ dolorosissimo.”

Scritto da Marco Giavatto

Diretto da Serena Politi

Con Giuliana FrascaPaolo BiagioniFulvio Ferrati e Marco Giavatto

E con Settimio Cavuoti, Pierluigi Logli, Naeem Malik e Renato Toppi

Luci e musica: Luciano Politi

Assistente alla regia: Irene Bechi

Organizzazione: Silvia Bedessi

Progetto grafico e Direzione di produzione: Stefano Chianucci

TEATRO DEL BORGO

Via di S. Bartolo a Cintoia, 97 – Firenze

Il Fantasma di Zappolino

Un’allegra combriccola di amiconi’: questa è la frase che sintetizza il mood dello spettacolo. Va in scena un fatto paradossalmente vero. Il dualismo tra verità e finzione – cardine del teatro – è alla base della storia che vogliamo raccontare, dimenticata e lasciata ai margini della nostra società, poiché negli anni si è cucita e ricamata una realtà di circostanza.

Si potrebbe cadere nell’errore di pensare a questo spettacolo come all’ennesimo sul ‘Caso Moro’, non è così. Ciò che si vuole raccontare è tutto il resto, tutte quelle che sono le reazioni intorno, alcune impensabili e incredibili. La pièce non vuole fare politica o la morale a coloro che andranno a vederlo, ma si vuole assumere la responsabilità documentaristica di come si sono svolti i fatti, senza aggiungere considerazioni personali o far pendere la bilancia da un lato specifico della disputa. Uscendo, ci si chiederà se gli ultimi quarant’anni non sono stati che una sorta di ‘Truman Show’, dove tutto appare per come vogliono farcelo vedere.

Non mancheranno i momenti umoristici, perché la vicenda – raccontata per come è realmente accaduta – sviluppa a tratti delle gag comiche in cui è impossibile non ridere. Per altri versi, si resterà come impotenti di fronte all’impalcatura solida della sceneggiatura, magnificamente architettata dai protagonisti dell’epoca. Niente è finto a Zappolino, tutto è vero, come spesso capita in teatro: il pensiero comune sarà capovolto.

Testo e Regia di MARCO GIAVATTO
Aiuto Regia IRENE BECHI
Collaborazione testi SILVIA BEDESSI
Elementi scenotecnici SERENA POLITI
Disegno grafico STEFANO CHIANUCCI

Tre Giorni di Luna Calante

Lo spettacolo ci trasporta nei favolosi anni Sessanta, dove tutto era embrionale: l’Italia repubblicana giovanissima, sospinta dal boom economico e consapevole che da fare c’era ancora praticamente tutto.

Un giallo squarcia il cielo in tre giorni di luna calante, in una periferia fatta da ville di signori e persone che contano. E’ come se fosse la prima di tante storie che poi si ripeteranno.

Un giallo/comedy in cui non possono mancare un cadavere e un maggiordomo… i colpi di scena e il finale a sorpresa.

Scritto da MARCO GIAVATTO

Progetto grafico STEFANO CHIANUCCI